Perché il titolo langue e l’impianto pure per Arcelor Mittal

Arcelor Mittal

Siamo forse vicini alla svolta, per Arcelor Mittal (EURONEXT:MT) , impantanata da due anni in complesse problematiche di sostenibilità produttiva. Il titolo che ha perso un terzo suo del valore in due anni (da 30,54 euro per azione del 22 gennaio 2018 agli attuali 10,40 euro) langue ora in una fase laterale, tristemente stagnante come i problemi ambientali dell’impianto Ilva di Taranto. I problemi non si risolvono e Arcelor ieri ha messo sul tavolo di trattativa col Governo altri 3300 esuberi (ma in realtà ne vorrebbe 8200 in cassa integrazione sul totale di 10.700) e un ennesimo rifacimento del piano industriale. Ma servirà a ben poco: spieghiamo perché.

Le tensioni a Palazzo Chigi

A Palazzo Chigi si accendono le tensioni: l’ex ministra del Sud Barbara Lezzi (M5S) contesta il punto di vista del ministro dell’economia Roberto Gualtieri, che preferirebbe erogare altri soldi ad Arcelor, che in meno di due anni ha cambiato idea e programmi varie volte, Non vuol vedere la morte del polo siderurgico, un gioiello dell’Italia che è il secondo produttore di acciaio di qualità in Europa. L’acciaio di qualità è richiestissimo per le grande infrastrutture e l’edilizia mondiale: non c’è paragone con quello cinese, indiano o iraniano.

Arcelor Mittal, perché il titolo langue e l’impianto pure

Il Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, invece, sembra aver perso la pazienza. Non solo perché all’ultima ispezione agli impianti, il 2 giugno scorso, i commissari hanno trovato i cancelli chiusi e i manager in vacanza. Ma anche perché una ditta appaltatrice di lavori di manutenzione dello stabilimento di Taranto ha ritirato 200 addetti per mancati pagamenti. E naturalmente questo crea grande preoccupazione. Se Arcelor Mittal non onora impegni e investimenti, bisognerebbe trovare, per Taranto, un partner responsabile come il Gruppo Arvedi, possibile acquirente per le acciaierie di Terni. Ma perché i candidati non ci sono?

Le due soluzioni che non furono scelte

La sostenibilità ambientale dell’impianto di Taranto oggi è troppo costosa per un player privato. Perché in passato non si ha avuto il coraggio di fare quello che è stato fatto a Napoli e nelle zone colpite dal sisma: sgomberi dolorosi e traslochi forzosi. A Taranto alla metà degli Anni Settanta, fu costruito il quartiere Paolo VI per trasferire lì i cittadini del quartiere Tamburi che, con lo sviluppo del sito siderurgico, era diventato troppo vicino ai parchi di stoccaggio di minerali e coke. Questi enormi depositi prima erano all’aperto: l’azione del vento portava polveri micidiali sulle case e le persone, causando gravissimi problemi polmonari. Ma gli abitanti non si vollero spostare e gli enti locali non si imposero.

In alternativa, si potevano spostare i parchi di stoccaggio e gli impianti per miscelare i minerali, prima che vadano nell’altoforno. Trasferirli ai pontili, là dove i minerali arrivano con le navi. Invece anche questi rimasero al loro posto, dentro l’area stabilimento, vicino alle case. Si decise di annaffiare i parchi di stoccaggio con acqua e prodotti che impedivano l’alzarsi delle polveri in direzione delle abitazioni, in caso di vento. Ma non bastava. E poi si decise di coprire i minerali stoccati e l’area miscelazione con dei tunnel, lunghi un chilometro e altri 40 metri. Cattedrali enormi e costosissime da mantenere, che generano altri problemi.

L’incuria dei Riva

Nel corso degli anni i costi di trasferimento di persone e impianti sono lievitati. Neanche i Riva decisero di spostare i parchi minerali e la produzione dell’agglomerato ai pontili, un’azione senza nessun ritorno di tipo economico per loro, solo ambientale per la città. Comprare minerali meno impolveranti non ha risolto il problema. Nel frattempo sono state varate normative europee sempre più stringenti a proposito delle polveri e delle emissioni, che hanno reso più difficoltose le principali lavorazioni.

I problemi pregressi non li ha risolti neanche Arcelor, intanto i costi sono diventati esorbitanti. Gli impianti inquinanti restano vicino all’altoforno che emette solo vapore acqueo, ma qualche problema può sempre capitare e ogni tanto si levano folate di fumo nero verso le case del quartiere Tamburi. Con 4-5 miliardi di euro i due traslochi si potrebbero ancora fare: ma chi si assumerebbe costi e responsabilità? Ecco perché  il titolo langue e l’impianto pure per Arcelor Mittal e perde interesse da parte degli investitori.